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L’ora di religione in classe «Formazione umana integrale» Galantino: ideologismo cieco tende a marginalizzarla

Scelta dall’88% degli studenti, è un patrimonio per tutto il Paese Saottini (Cei): l’obiettivo è che l’Irc risponda sempre di più ai bisogni educativi dei ragazzi

Qualcuno tende a marginalizzarla, a volerla mettere in periferia nel mondo della formazione. Eppure, a oltre trent’anni dalla revisione del Concordato, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole (Irc) ha dato prova di contribuire a pieno titolo alla «formazione umana integrale» degli studenti, perché nessuna crescita educativa può dirsi completa se non ci si interroga sulla «dimensione religiosa della persona». L’Irc, scelta dall’88% degli studenti italiani, non è il catechismo e nemmeno l’ora dei cattolici; lo dimostra la quarta indagine nazionale in materia promossa dall’istituto di Sociologia dell’università Salesiana e da alcuni uffici Cei (per l’Irc; per l’Educazione, la Scuola e l’Università, Centro studi per la scuola cattolica), presentata ieri a Roma proprio nella sala della Conciliazione in Vicariato dove vennero firmati i Patti del 1929. Da allora, e ancor più con la revisione del 1984, la disciplina ha cambiato fisionomia, ma adesso la domanda da porsi – secondo il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino – è «di quale religione hanno bisogno i ragazzi per vivere in maniera consapevole nella società attuale». Una domanda che si trasforma nella «vera sfida a cui nessuno deve sottrarsi »: un Irc capace di «inserirsi nella scuola italiana, adottandone lealmente rigore e finalità ». E «senza chiedere privilegi». Quel che apparve chiaro sin dal 1984 fu che l’Irc è un valore, che «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano»; il che significa – la precisazione di monsignor Galantino durante la presentazione – che non è possibile comprendere la cultura e la società italiana «senza riconoscere nella Chiesa un soggetto che ha segnato in maniera decisiva l’identità collettiva dell’intero Paese». Una motivazione solida, rimarca, che non può «essere messa da parte con superficialità e sotto i colpi di un ideologismo tanto cieco quanto arrogante ». Lo stesso ideologismo «cieco o spinto» che tende a marginalizzare l’insegnamento della religione cattolica – prosegue il vescovo – come se fosse una concessione, «una mancia data, non si capisce da chi a chi». In questi anni l’Irc ha retto bene alla prova della facoltatività; la soddisfazione degli insegnanti e anche degli studenti per la materia è molto alta. I docenti sono quasi tutti laici, impegnati a pieno titolo nella scuola; professori «sulla cui competente collaborazione sempre di più la scuola italiana si è appoggiata – è inoltre la sottolineatura del segretario generale – che le recenti disposizioni sulla scuola hanno dimen- ticato», confidando «in opportuni rimedi». Ciò che non va mai dimenticato per l’Irc – la conclusione di monsignor Galantino – è il «tenere fede al dettato concordatario e all’esigenza di rispettare le finalità proprie della scuola». Anche perché è più che mai «sterile» anche l’atteggiamento dettato della «sindrome da accerchiamento », che porta ad attivare solo difese ad oltranza e diversivi di ogni genere.

D’altronde gli spunti offerti dall’indagine sono molti. Un’analisi «trasparente» e «significativa », dai «risultati incoraggianti» – aggiunge don Daniele Saottini, responsabile del Servizio nazionale Cei per l’insegnamento della religione cattolica – che spinge a proseguire nel tentativo di riforma verso un Irc «che sia sempre più rispondente ai bisogni educativi degli studenti », oggi quanto mai complessi. Bisogna tuttavia fare in modo – visto che è una disciplina che «non teme il confronto» – che «si connoti sempre più come disciplina scolastica». Un passaggio che va accompagnato – è la tesi di Giuseppe Mari, docente di Pedagogia all’università Cattolica di Milano – anche verificando «sul piano dei contenuti che cosa stiamo trasmettendo ». L’indagine dimostra come l’ora di religione sia seguita anche da non cattolici, «abbia una didattica partecipata e dialogante», precisa poi il curatore della ricerca Sergio Cicatelli, che invita a «rilanciare il dibattito sull’Irc in maniera seria e documenta». Perciò a partire da questa analisi, auspica il sociologo Roberto Cipriani, «si potrebbe aprire uno scenario diverso, di confronto dialettico» con tutti i soggetti interessati e anche il mondo scientifico, «a prescindere da quale matrice provenga. Tutta la società ne guadagnerebbe».

Da Avvenire 18 gennaio 2017 di ALESSIA GUERRIERI

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